Bolle

Il covid e le bolle

La speranza è una poetica nella misura in cui, anziché ripiegarsi nella rassegnata accettazione del presente e della realtà data, o mortificarsi nella vaga idealizzazione di un futuro solo sognato, lancia un messaggio agli altri e al mondo: ecco, un altro mondo è possibile, perché …ciò che è non può essere vero…

Bloch

Pensando ai mesi che abbiamo vissuto da marzo 2020 ad oggi e che probabilmente vivremo ancora pensavo fosse complicato descrivere le trasformazioni che sono avvenute nel nostro servizio, non tanto quelle riguardanti modalità di triage, regolamenti sanitari che, una volta sperimentati sono stati messi in atto con attenzione e cura, quanto le nostre modalità di lavoro con i bambini.

Abbiamo iniziato a parlare di bolle, non più di sezioni; la bolla rappresenta un qualcosa di chiuso, di protetto, anche di impenetrabile? Assolutamente no, ogni giorno lo dedichiamo a proteggerla il più possibile ma no, non è mai sicura al 100 per cento. Bolla, quindi, come sistema chiuso, bolla che non deve entrare in contatto con le altre bolle, naturalmente…e allora.

Fino a veramente pochi giorni fa parlavamo di sezioni aperte, di bambini liberi di girare per la casa Colorado. Tutti i locali erano pensati, differenziati, strutturati e utilizzati come un unico luogo. Allargare la libertà decisionale dei bambini non significava cedere loro ogni iniziativa. Concedere ai bambini spazio per le loro iniziative, per l’esplorazione, il cambiamento e la libera scelta, tra l’interno e l’esterno.

Dov’è finito il nostro lavoro aperto?

Quanto abbiamo perso? Adesso tutti i contesti sono all’interno di ogni bolla…

Poi ho riflettuto su quello che significa nella realtà lavoro aperto:  considerare possibile non solo ciò che è familiare, ma essere aperti a nuove visuali  e prospettive. Spazio e tempo, progettazione e organizzazione siamo noi a crearli e sono modificabili. 

Seguire le tracce dei bambini e lavorare non contro i loro impulsi ma con essi; offrire ai bambini un luogo di allegria e di avventura dove essi trovino nutrimento alla propria curiosità, dove possano mettersi alla prova e incontrare adulti che hanno tempo per loro; intendere la responsabilità individuale e collettiva come risultato della libertà personale.

Il lavoro aperto non ha una meta, il lavoro aperto è il lavoro dell’aprire, un lavoro che procede all’infinito, dal momento che nulla rimane come è, né le situazioni, né le esigenze. L’unica costante è il cambiamento: avviare un processo continuativo di sviluppo e di cambiamento, lasciandone aperta l’uscita.  Una direzione deve esserci, ma quale? Obiettivo è sostenere la ricerca di indipendenza e di responsabilità personale dei bambini, offrire loro tutte le possibilità immaginabili di sentirsi a proprio agio. Apertura  per allargare gli spazi di azione e di esperienza dei bambini. Esercizio a una attenzione costante. Scoprire il bisogni di cambiare, di sperimentare la novità, di concedere nuove esperienze. L’unica condizione è che gli adulti devono volere e tentare assieme: assieme significa che il gruppo si incammina e che tutti mirano al medesimo scopo; volere significa agire per propria decisione e assumersi la responsabilità dei cambiamenti.

Pensando a questo mi viene da riflettere su quanta ricchezza abbiamo riscoperto all’interno delle nostre bolle in questi mesi: relazioni, apprendimenti, condivisioni, aiuto reciproco, imitazione…

Quindi in questo periodo di pandemia il ruolo dell’educazione forse non è cambiato?

Si parla dell’educare , di quella pratica relazionale che si svolge in contesti tra i più differenti e insieme a persone di ogni età, etnia, condizione. Educazione è il mondo dei contesti e delle esperienze, delle relazioni e dei legami, di discorsi e saperi che producono trasformazioni significative, durevoli, irreversibili. Un mondo spesso implicito, fatto di promesse, aspettative e sguardi che hanno prodotto cambiamenti e innovazione, un mondo di affetti, di scoperte, di passione per il conoscere, la cultura, la natura, ma anche un mondo colmo di esperienze di dolore che hanno prodotto strappi. Il linguaggio di tale scienza, intrecciata con le  passioni umane, la dimensione corporea, l’immaginazione, la tensione non può rientrare in format standardizzati. Il mondo ha bisogno di educatori, nei diversi contesti; ha bisogno di educazione, di occuparsi di, di stare a fianco di, di progettare percorsi che non siano casuali, improbabili ed estemporanei. Quindi c’è bisogno di educazione, una pratica e una teoria di tessiture, intrecci, fili che sorreggano legami e facciano da rete di supporto per lo sviluppo. La sofferenza di una tale tensione, per essere sostenuta, necessita di un luogo buono e sicuro ove porre una base idealizzata, una casa da sogno, uno spazio intimo e protetto nel quale ricaricarsi. Pensiamo l’educazione come uno spazio speciale, come una bolla,  un luogo simbolico e materiale dove sia possibile costruire nuovi scenari e restituire nuove possibilità, aperte sul futuro per sostenere una pedagogia della speranza.

Il bambino può non essere indipendente, negli spostamenti, nelle relazioni, ma sicuramente è libero nel suo pensiero, nel suo comportamento, nella sua vitalità non sottomessa a pregiudizi, paure.

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